Paperness is rock

Al mattino mi sveglio presto. Da quando c’è il negozio, e l’account IG, sgattaiolo in salotto facendo pianissimo: ho bisogno di silenzio e tranquillità per preparare il post Instagram prima che la famiglia si svegli e reclami da me attenzione e colazione.
Alle 9 meno 2 minuti inforco la macchina (un usatissimo stupendissimo Doblò) e arrivo in 20 secondi sotto casa di mia sorella. Lei è già lì o l’aspetto, come va? bene, hai dormito?, poi accendo la radio e partiamo, ascoltandola.

Accendo la radio è l’informazione clou di questo post: aprire il negozio ha coinciso per noi con l’ascoltare per 5 giorni a settimana Virgin Radio. La conoscete?
Noi ci spariamo tutta la programmazione in fila: ore 9 Paola is virgin, ore 11 Personal Giulia, ore 14 Revolver. Intorno alle 9,25 c’è giusto un piccolo buco, fra quando parcheggiamo, apriamo le serrande, facciamo i conti della sera prima, e finalmente attacchiamo la nostra cassa bluetooth in negozio.

La storia del rock, da angolazioni diverse, è il piatto forte e la mission della radio. Niente niente puoi sentire in fila Patti Smith, Bob Dylan, The Who, Neil Young, Pearl Jam, e Rolling Stones almeno 3 volte al dì.

La Leggenda.

Ognuna di noi due, in silenzio, comincia a fantasticare, e a vagare fra ricordi lontani di quando ascoltava quella canzone che improvvisamente sta risuonando in quel momento dal lontano passato. E fin qui sarebbe tutto normale.

Però, dopo settimane di ascolto fedele, può capitare di non distinguere più fra la propria realtà quotidiana abbastanza piccola (stanno finendo i sacchetti, devo pagare la bolletta della luce, è ora di un caffè) e quelle storie e voci mitiche. Può capitare di pensare ai Rolling Stones come amici di famiglia, e alle cose che si stanno facendo come un’impresa epica inserita a buon titolo nella storia del rock and roll dei nostri anni.

L’allucinazione mi è pure peggiorata da quando, persa nel mio film (ehi Mick, come te la passi oggi? noi ce la caviamo grazie), ho preso a leggere autobiografie di questi mostri sacri. Quest’estate Patti Smith, il libro dove racconta la sua vita di aspirante artista a New York. Andava a bere qualcosa e incontrava Jimi Hendrix, Andy Warhol, Janis Joplin, Sam Shepard: si intitola Just kids, è questo, e ve lo stra-consiglio.

Prima avevo letto Born to run, l’autobiografia di Bruce Springsteen. Eccolo, va letto.

E ora, abitata appieno dai Rolling Stones, mi sto leggendo l’autobiografia di Keith Richards. E’ qui, non so dirvi se vale la pena o no, sto ancora a quando Keith faceva le elementari.

Ieri è arrivata una ragazza a presentare i suoi lavori e proporci dei workshop, e io non ho potuto che innamorarmi. Quando l’ho vista ho pensato: ehi Patti, sei arrivata finalmente. Stay tuned, fra poco la vedrete, poi mi direte se avevo ragione o no.

Aldilà dei libri e delle radio però vi consiglio la musica buona, e di provare a vivere come se quello che vi sta succedendo fosse qualcosa di veramente grande.

E chi lo sa? poi magari lo diventa.

Ehi, domani ci sono i Rolling Stones a Lucca!

 

 

 

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